IO ALLA FINE NON SO COSA SIA UNA BELLA FOTO.SO SOLO CHE VEDO COSE E LE DEVO FERMARE.E CHE A VOLTE HO QUALCOSA DA DIRE.ALTRE VOLTE, NO.


20.4.13

C'è una scalinata di marmo bianco.
Gradini bassi. Bianchissimi. Venature GrigioSquame.
Smussata. Levigata come la pelle di un'anguilla. E' quasi uno scivolo. Quasi trasparente come la testa di una medusa.
Eppure così stabile, con le sue fondamenta piantate salde come radici di quercia nel lago nel quale affonda.
Gli ultimi gradini, bianchi, come l'interno di una conchiglia, sono lambiti dolcemente dall'acqua.
Io, sempre seduta lì a metà.
Osservo chi, passando, la scala nemmeno la nota.
Osservo chi le dà un'occhiata fugace mentre rallenta appena passando, ma colto dalla paura va oltre.
Guardo e spero che chi fa qualche gradino scenda un po' più giù e mi raggiunga. Ma la scala è pericolosa.
Molti tornano semplicemente indietro.
Spero che chi invece si è fermato un pochino più in là faccia uno sforzo e si avvicini.
Ma raramente accade.
E poi guardo chi con grande coraggio è arrivato fino in fondo. Magari scivolando due o tre volte.
Per arrivare a metà so bene quanto mi sia fatta male. Quanti lividi.
Equilibrio precario e respiro compresso mentre cerco di trovare la concentrazione per scendere e finalmente mettere i piedi in quegli ultimi gradini baciati dall'acqua. E finalmente tuffarmi. Testa in giù. Fino al fondo.
E poi risalire.
Ma ancora non ce l'ho fatta.
Quindi guardo ammirata chi in acqua c'è già.
Chi ci è arrivato a caro prezzo.
Chi ci è arrivato e non solo è già in acqua e potrebbe nuotare libero, ma chi va sott'acqua e cerca di tirare su chi si è stancato.
Lo guardo risalire in superficie e respirare così forte che i suoi polmoni bruciati li sento io.
Lo guardo risalire e aprire a malapena gli occhi gonfi e turgidi.
Lo guardo mentre l'acqua apre una piccola voragine vorace e nera e se lo inghiotte.
E non lo vedo più.
Lì sotto con ogni muscolo teso fino a spezzarsi e saltare come la corda di una chitarra, ha preso il viso di lei fra le mani e la bacia. Le dona l'ossigeno che a grande fatica è andato a prendersi.
Lei rinviene e quando finalmente sgrana gli occhi c'è riconoscenza in essi. Ma solo un'attimo. Poi c'è stupore, quasi rimprovero, perchè ossigeno non ce n'è più. Lui non ne ha più.
E torna su. Ma il corpo è sempre più stanco. Le braccia fanno male.
Non solo perchè non riesce più a nuotare, ma anche perchè sono vuote. Vuote perchè sott'acqua non riesce ad abbracciarla come vorrebbe. Non si può. Sarebbe impossibile. Andrebbero tutti e due giù per sempre. E quell'ultimo abbraccio li vedrebbe sul fondo del lago, così belli, fatalmente sereni adagiati uno sull'altro sul fondale sabbioso in quell'ultimo abbraccio mortale.
Ma forse lei un'abbraccio non lo vuole più. Forse vuole solo ossigeno. Perchè in superficie lei non riesce a risalire.
Ma lui sì.
E continuerà a fare su e giù, costante e tenace perchè le cose le sa fare solo così.
E' meraviglioso però quando lo fa. Io lo sto guardando. Su e giù. Ritmico e ipnotico. Sono così belle e forti quelle braccia. E' così meraviglioso sentirlo mentre riprende aria. Brucia di vita lui. I cerchi concentrici che genera quando risale hanno origine da millemila punti elettrici sul portaspilli del suo cuore.
Io mi incanto a guardarlo.
Ammiro il suo coraggio.
E sorrido.
Ma con le lacrime.
Quanto ancora riuscirà a fare su e giù?
Fino a quando?
Inizio ad avere il terrore di non vederlo risalire più.
Inizio ad avere paura di non sentirlo respirare.
Inizio ad avere paura che lei lo trascini semplicemente giù quando deciderà che ossigeno non le serve più.
Io vorrei alzarmi dal mio gradino qui a metà.
Una canzone in testa. Occhi puntati verso l'acqua scura e densa.
Io scendo.
Forse se entro in acqua e respiro da sola capirà che nel lago si può anche nuotare insieme per un po'.
Ognuno coi suoi polmoni e il suo cuore, ma allo stesso tempo, allo stesso ritmo.
E un pezzetto di costa potremmo esplorarlo insieme. O forse no.
Ma ti prego.
Non andare più giù a dare ossigeno a chi forse nemmeno lo vuole.
Ti prego, allontanati.
Seguimi.
 

Da dentro a "Howard" dei June Miller.

30.3.13


Così, quasi per caso ti ritrovo. 
Come la chiave della cassetta della posta. Che si perde sempre. Poi la ritrovi e ti dici, uau, così non mi trituro più l'indice e il medio mentre cerco di recuperare le bollette attraverso la fessura. Ma recuperare le bollette attraverso la fessura lo fai lo stesso. Non è un grosso problema. E' solo un po' un fastidio. Però, insomma, se la chiave la trovi, tanto meglio. 
 Io ti ho ritrovato così per caso. Pensavo di non poter fare a meno di quella chiave. L'ho cercata chissà quanto. 
Testardamente. 
Disperatamente. 
 In un modo che non mi apparteneva davvero. In quei giorni di frenetica ricerca non mi riconoscevo. Girava la testa. Costole di vetro e sotto il vuoto. Il nulla. Nero. Vuoto e spugnoso. Apri la bocca per respirare e niente. Un blocco di marmo. 
Questo mi hai fatto. 
Così mi hai ridotta. 
Tu. 
Mi hai fatto male più di qualsiasi altra persona al mondo. Eri la mia dipendenza. E tu la dose me la negavi cinicamente se in quel momento non ti andava di farlo perchè avevi giochi migliori tra le mani. 
Sei stato spietato. 
 E per questo ti ho voluto. 
Perchè tale crudeltà mi ha fatto sentire viva quando ero morta. 
Mi hai donato la vita. 
Me l'hai fatta assaporare. Calda e salata giù per la gola.
 E poi me l'hai tolta. Così. 
 E mi hai relegato fuori dalle mura. Nella Geenna. Tra ossa di capra e di cane. A morire di sete. 
 Derisa e umiliata. 
 "Guardala come si è ridotta..." 
 E te ne sei andato via verso il prossimo diversivo usa e getta. 
 Usa e getta come gli abbracci che elargivi. 
 Mi hai abbandonata tra gemiti di dolore e blister di pasticche e benzodiazepine e alcool e mattonelle del bagno e vomito e dita puntate e sguardi nel vuoto e fissare la lavatrice seduta per terra e illeggibili occhi bui. Fine dei giochi.
 Game over. 
Peccato tu ti sia strategicamente dimenticato di farla passare in sovrimpressione la scritta. 
 Ma poi. 
 Poi. 
 Incredibilmente. 
Qualcuno ti fa sorridere. 
 Prima un pochino. Timidamente. Non è possibile ti dici. 
Poi non puoi fare a meno di sorridere sempre più. E poi boh. Me lo riprendo anche quel cuore lì in terra. 
 E me lo tengo qui. Che poi. Boh. Se. Forse. Ma non. Insomma. E' qui. 
 E così, quella chiave della posta l'ho ritrovata. 
Ma non mi serve. 
 Non mi serve proprio per niente. 
 Anzi mi dà fastidio. Dover tornare in casa solo per quella anche no. Vialetto lungo. Shaky ci ha fatto pure i bisogni. 
Non mi serve. 
Non la voglio. 
Ma che si perda. 
Ma che scompaia. 
 Io non la voglio più vedere. Riesco a prendere quel che mi serve anche senza. Anzi. Trovo di molto meglio. Molto meglio. 
 Cose che tu non sai nemmeno cosa siano. 
 Nemmeno potresti mai essere. 
 Cose che non t'immagini nemmeno. 
 A mai più. 
E niente auguri a te. 
Bastardo.
"Noi due, il cane, e l'universo." - Marina Abramovic

29.3.13

Non capita spesso di poter trovare una baia tranquilla nella quale poter rannichiarsi un'attimo e riposare. 
Una baia dove l'eco non torna indietro carico del peso di mille urla sorde cariche di nulla. 
Una baia dove i raggi del sole arrivano alla giusta angolazione. 
Caldi come un'abbraccio avvolgente, che stringe dolcemente e non costringe. 
Un'abbraccio dove i polmoni si espandono e si restringono con lo stesso ritmo delle oscillazioni di cavallucci marini cavalcati da sirene bambine. 
Uno dove il cuore batte e frulla nel petto come le ali dei gabbiani sulla tua testa. 
 Uno dove i pensieri fluiscono lenti, densi, e liberi come il pulsare elettrico di meduse iridate come libellule. Uno dove la voce dietro all'orecchio che ti sussurra che non ce la farai che nessuno capirà è zittita e tappata da alghe verdi smeraldo. 
 Smeraldo come la terra di Oz. 
La terra che tu sogni di poter vedere almeno una volta ogni tanto. 
Una dove i leoni non mordono. Dove quei bastardi che ti fanno soffrire col loro cuore di latta in realtà un giorno chiederanno scusa. Una dove gli uomini senza cervello non esistono, ma si fanno domande, provano a darsi risposte sincere e tentano di comprendere quel che vuoi dire senza spaventarsi. 
Una baia del genere, con un Sole così esiste. 
 E' rara, e non si vede, ma esiste. 
Devi attraversare tante scogliere per arrivarci. 
 Devi scivolare e tagliarti. 
Esiste. 
 Non perchè te l'hanno detto. 
Non perchè l'hai letto da qualche parte. 
Esiste perchè lo senti. 
Perchè tu sai che in qualche modo, chissà quando, alla fine, nonostante tutto ci arriverai. 
Perchè forse ci sei già stata. 
 Ma non lo ricordi. 
Ricordi solo che sorridevi. 
Io sorridevo.


28.3.13

Eccola. 
Sale su dallo stomaco. 
 Con le sue zampette di lucertola. 
 Su per l'esofago. 
Veloce con i suoi piccoli artigli ha facile presa. 
Tappa la gola. 
 Non respiro. 
Amaro in bocca. 
 Eccolo il conato di delusione. 
 Una spinta fortissima. 
Muscoli del ventre in tensione. 
E' come espellere una palla di cannone.
 Fuori. Fuori da me. 
Viscida e squamosa. 
Bruciano gli occhi. 
Non vedo più. 
Solo lacrime. 
Sempre e solo quelle. 
E le mani sporche di mascara e pezzi mezzi vivi di me. 
Impastate delle mie stesse ceneri sconfitte.

 

26.3.13

Non sono ferma.
Non proprio.
Sono in piedi. Ma ciondolo. Traballo.
Faccio due passi incerti. Poi prendo la rincorsa e ne faccio due o tre più sicuri.
Poi però inciampo. Cado. Prendo fiato. La gente intorno mi urta passando.
A fatica mi rialzo. E ciondolo di nuovo. E traballo di nuovo. E ricomincio il mio cammino incerto.
Verso cosa non riesco ancora a capirlo.
A tratti mi sembra di dirigermi verso una forma di equilibrio. Ma la sensazione è sempre precaria.
La catena invisibile legata alla caviglia torna a tirare.
Questa non è libertà vera.
E' avere un certo raggio d'azione, a volte più ampio a volte più limitato.
Posso anche prendere la rincorsa, ma inevitabilmente la catena arriverà al punto massimo di tensione.
E lo strattone all'indietro sarà forte.
Sobbalzerò.
Forse mi slogherò la caviglia. Non sarebbe la prima volta.
Singhiozzerò lì per terra perchè un'osso rotto fa male, ma il cuore spezzato ancora di più.
E un gesso per quello non esiste. E piangerò. E forse qualcuno passando mi accarezzerà i capelli per tirarmi su. Ma io glielo lascerò fare?
E così sto lì seduta ancora un pochino. Prendo un respiro profondo, raccolgo le forze e mi rialzo.
Verso dove?
E quanto lunga sarà la catena stavolta?
E lo strattone stavolta sarà così forte da spezzarmi anche il femore?
Ma soprattutto, l'energia della mia corsa disperata spezzerà anche la catena invisibile stavolta?
Lui può mettermi davanti tutti i meravigliosi ostacoli che vuole.
Tutte le fantastiche distrazioni che vuole.
Ma se decido di spostare il gancio della catena dalla caviglia al cuore, forse la catena potrei tranciarla di netto.
Con la sola forza delle lacrime che hanno già scorso il mio viso mille volte.
Con la sola forza della disperazione di mille addii. E di braccia vuote. Le mie braccia vuote.
Non sto ferma.
 Non sono ferma.